Oh no, il terzo figlio riceve il suo primo cellulare!
Quando si parla con altri genitori, si tende a procedere con cautela. Prima si sonda il terreno per vedere come reagiscono. «Sì, sì, abbiamo regole chiare», dico allora, se il tono mi sembra troppo privo di ambivalenza. Oppure: «No, no, non lo permetteremmo mai nemmeno noi». Dopotutto, nessuno deve pensare che l'educazione dei figli sia il mio hobby trascurato.
Che si tratti di ribellarsi o di uscire: gli argomenti delle frasi cambiano, ma una cosa rimane costante: il cellulare. Anche in questo caso abbiamo regole chiare , sì sì. Solo che farle rispettare è, diciamo, complicato.
Ci vorrà quindi un semestre prima che tutta quella spazzatura raccolta su Internet si riversi direttamente nel cervello di nostro figlio.
Proprio perché lo so, non vedo l'ora che arrivi il Natale. Perché allora sarà il giorno X: il nostro figlio più piccolo riceverà uno smartphone. La vigilia di Natale, in prima media: per le sue sorelle era già stata la fine del mondo. Già solo per ragioni di diplomazia familiare, non c'è nulla da discutere. Poiché lui lo sa, non si lamenta. Per niente, tanto che recentemente gli ho chiesto se ne volesse davvero uno. Per citare la sua risposta, ora avrei bisogno di emoji con il teschio.
Ma può ritenersi fortunato. Per la più grande, inizialmente, pieni di ambizione, avevamo pensato alle superiori. Lei però si lamentava delle prese in giro. (Che non sono certo cessate con l'acquisto del cellulare: «Meglio niente che uno così», diceva, perché non le era stato regalato un modello nuovo. Ma questa è un'altra storia.)
Mancano quindi sei mesi prima che tutta quella spazzatura raccolta su Internet si riversi direttamente nel cervello di nostro figlio. No, no, non lo penso davvero. Al massimo un po', per via della «Manosphere» e cose del genere. Ma abbiamo delle regole, ben chiare.
Non è un servizio segreto
Limiteremo il tempo che passa davanti allo schermo. Lo lasceremo usare i social media solo sotto la nostra supervisione, discuteremo con lui dei contenuti più delicati e faremo in modo che ogni tanto legga ancora qualche libro. Non ci faremo convincere quando, a tarda sera, ci dirà di averne urgentemente bisogno per la scuola. Gli impediremo di cercare su Google dei trucchi o di chiedere ai compagni come aggirare le restrizioni.
Puliremo bene i nostri schermi, così le impronte digitali non tradiranno i codici. Impedirgli di creare account secondari, di portare di nascosto quel coso in camera la sera o di lasciare il Wi-Fi acceso durante la notte. E se si collegasse alla rete dei vicini? Ce ne accorgeremmo sicuramente!
Ma dato che non siamo mica dei servizi segreti, a un certo punto gli strapperemo il dispositivo dalle mani, un po’ esasperati. E mentre lo teniamo d'occhio, noteremo increduli quanto ronzino freneticamente. Non leggeremo i messaggi, no, non lo faremo. Ma se per caso li vedremo apparire, forse ci renderemo conto che nemmeno le regole più chiare riescono sempre a impedire che dopo mezzanotte si inviino degli Snap.
Ridurrò un po' il tempo trascorso davanti allo schermo e dirò: «Sì, sì, abbiamo regole chiare».
Sì, sì. Succederà tutto questo. E poi ci chiederemo se forse non servano dei divieti. Cosa è giusto e cosa è sbagliato. Se sia TikTok a causare le crisi dei giovani o se siano queste crisi a derivare dall'uso di TikTok. E perché queste piattaforme, con tutte le loro lusinghe e le loro montagne di clausole scritte in piccolo, la facciano ancora franca.
Alla fine, a volte ci sembrerà quasi di dover gettare la spugna. Altre volte, invece, ci diremo che c'è anche un lato positivo, confidando nel fatto che prima o poi imparerà. E ogni tanto mi ritroverò di nuovo a ridimensionare il tempo davanti allo schermo – a seconda di come va – e a dire: «Sì, sì, abbiamo regole chiare». E in fondo, quella frase non è poi così sbagliata.





